L'Ambiente

 

La geologia e la geomorfologia

 

  Chi proviene dalla pianura e viaggia verso Sassuolo non può fare a meno di veder troneggiare, dall'alto dei suoi 400 metri, sul margine appenninico padano, il castello di Montegibbio.

     Sassuolo si trova al limite della pianura, 130 metri sopra il livello del mare, su terrazzi bassi, alla destra del fiume Secchia.

 Il terrazzamento, rappresentato per lo più da depositi di sabbie e ghiaie di piane alluvionali leggermente inclinate verso il fiume e verso la pianura, e disposte ad altezze diverse rispetto al livello del mare, risulta evidente anche sulla sponda del Secchia, fra Veggia e Castellarano.

 Uno di questi terrazzi è evidenziato dal piano stradale su cui è impostata la via per San Michele. Un terrazzo superiore va da villa Segrè a Pontenuovo. Il terrazzo successivo comincia all'altezza della biforcazione che collega la strada per San Michele con quella per Montegibbio.

Da quel punto, una serie di tornanti, subito piuttosto ripidi porta a passare rapidamente i terrazzi superiori, sempre meno riconoscibili dal punto di vista geomorfologico, fino a raggiungere, in un breve tratto pianeggiante, la località Salsa di Montegibbio.

 I terreni che occupano la maggior parte dell'area compresa fra Montebaranzone e Montegibbio, sono costituite da marne e arenarie marnose, che si alternano a corpi arenacei e a potenti depositi di materiale "ligure" dovuti a colate sottomarine. 

Questa litologia prende il nome di Formazione del Termina. Questa, di età tortoniana alla base e probabilmente messiniana inferiore nella sua parte medio superiore, appoggia su formazioni più antiche, liguri ed epiliguri. Le formazioni liguri costituiscono l'insieme di terreni che si depositarono sui fondali di mari più occidentali rispetto a noi e che vennero spostati successivamente   verso nord-est.

 Le formazioni epiliguri invece sono terreni che si depositarono, sempre in ambiente marino, sopra le formazioni liguri.

      A Montegibbio molti resti fossili hanno lasciato la splendida testimonianza di un intervallo di tempo particolare, il tortoniano (tra gli 11,2 e i 7,1 milioni di anni fa). Dal punto di vista paleontologico, Montegibbio è noto agli specialisti per aver fornito le più belle faune di invertebrati marini di quell'età. Un gruppo di fossili molto noto, perché facilmente rinvenibile a sud di Montegibbio, verso Montebaranzone e al "sasso delle streghe", è rappresentato dalle Lucine, grosse bivalvi la cui presenza è stata recentemente associata a flussi di gas metano.

    Delle manifestazioni eruttive del passato resta qualche testimonianza sui prati che costeggiano la strada provinciale che da Sassuolo sale verso Montegibbio, fra le località di Villa Vicini e Salsa di Montegibbio. Mentre, in quest'ultima località, la salsa omonima, di cui ha tanto parlato la letteratura del passato, è praticamente scomparsa, poco oltre villa Vicini, a destra della strada che dalla provinciale va verso la località "la Campagna", sono visibili alcune chiazze fangose, poco rilevate sul terreno, al centro delle quali è più o meno evidente la fuoriuscita di gas e acqua mista a fango.

 

   La vegetazione

     Dagli studi  condotti dal dott. Pasquini dell'istituto botanico dell'università di Modena, emerge una flora tipica della prima collina che, sia per numero di piante che per specie, si differenzia nettamente da quella della vicina pianura.

Il clima più temperato e meno umido della pedecollina, ha infatti consentito l'instaurarsi e il permanere di specie di clima più temperato; lo stesso disturbo antropico, pure se quì ben presente, ha aumentato notevolmente rispetto alla pianura il numero delle specie vegetali.

          In particolare due piante con la loro presenza testimoniano di antichi      climi diversi dall'attuale. Si tratta dell'Erica arborea e del Pinus sylvestris.

     I popolamenti di Pino silvestre di Montegibbio sono quanto resta di antiche foreste che prima dell'ultima glaciazione vegetavano a livelli altitudinali superiori. L'espandersi dei ghiacciai da un lato determinò la scomparsa di molte specie inadatte ai climi freddi e da un altro abbassò il limite altitudinale di molte piante, tra cui appunto il pino silvestre. Al termine della glaciazione andò progressivamente rarefacendosi.

     Il Pinus silvestre ha pertanto il significato di "relitto glaciale" e come tale va osservato con particolare considerazione tanto più che questi residui settori pedecollinari emiliani segnano anche il limite europeo meridionale di distribuzione della specie.

     A Montegibbio il bosco  per alcuni decenni non è stato più ceduato e il sottobosco è diventato più fitto e meno luminoso: in queste mutate condizioni, il Pino silvestre non riesce più a riprodursi spontaneamente ed attualmente sopravvivono soltanto esemplari vecchi, spesso in cattive condizioni vegetative e prossimi al disseccamento.

 Se non si interverrà tramite appropriati interventi selvicolturali in grado di reinstaurare condizioni ecologiche favorevoli al mantenimento della specie, la "pineta" di Montegibbio è destinata a scomparire

        Il pino silvestre invece sopravvive più in basso, a Vallurbana , in ambienti in generali più sfavorevoli alla crescita delle piante arboree, come al fondo di erosioni calanchive o su ripidi versanti: questi ambienti consentono al Pino silvestre, specie frugale, di liberarsi dalla concorrenza delle altre specie arboree e di rinnovarsi spontaneamente.

Infine per il Pino silvestre di Montegibbio   si può parlare di "ecotipo" ossia portatore di caratteristiche genetiche e morfologiche  che lo differenziano dagli esemplari che crescono altrove, per esempio sulle alpi. 

Gli aghi sono infatti più corti e così pure gli strobili, inoltre gli esemplari adulti tendono a mantenere solo i rami della chioma che assume una forma "tipo ombrello" vicina a quella dei pini marittimi.

      

 

      La fauna

      I boschi che ricoprono in larga parte i versanti di Montegibbio, alternandosi ai cespuglieti, agli incolti ed alle aree coltive, ospitano una fauna abbastanza ricca e differenziata, che trova rifugio in questi ambienti insieme a frutti, bacche e semi di cui nutrirsi. 

Molto importanti sono anche i corsi d'acqua come il Rio Bagole e il Rio Borrazza, che pur essendo al limite del parco consentono alla fauna di dissetarsi e agli anfibi di deporre ogni primavera le uova in acqua e riprodursi.

Diversi sono i mammiferi insettivori presenti. Tra questi il riccio, che si muove soprattutto di notte, frequentando radure cespugliate e campi coltivati.

    Altri insettivori sono la talpa comune, il topo ragno comune, e due specie di crocidura.

Tra i carnivori predatori sono presenti la volpe, e mustelidi come la faina, la donnola e il tasso, grande scavatore di tane sui pendii cespugliati. 

la volpe

Questi animali hanno superato bene anni di persecuzione da parte dell'uomo dimostrando una grande capacità di adattamento.

la faina

     Tra i mammiferi roditori ricordiamo lo scoiattolo, il ghiro, il moscardino e alcuni topi selvatici come il topolino delle case, il ratto nero e l'arvicola sotterranea, frequenti prede dei rapaci notturni.

     Abbastanza comune è la lepre, che frequenta le aree coltivate mentre tra gli ungulati sono stati segnalati in più occasioni il daino, il capriolo e il cinghiale.

il cinghiale

Gli uccelli sono certamente gli animali più numerosi e più facilmente visibili. Le zone boscate con alberi maturi ospitano il picchio verde e il picchio rosso,  che tambureggiando sui tronchi fanno sentire la loro presenza, mentre il torcicollo e il picchio muratore segnalano il possesso del territorio col loro tipico canto. Negli spazi aperti è possibile osservare l'ormai rara averla minore, il saltimpalo e udire il canto dell'allodola.

          Nel bosco sono facilmente osservabili la cinciallegra   e la cincia mora che non temono la presenza dell'uomo. Dove il bosco lascia spazio ad aree coltivate troviamo il vivace verzellino, il verdone e il cardellino. Nelle radure cespugliate nidificano l'usignolo, il pettirosso, la capinera e il piccolissimo scricciolo. Anche il cuculo, l'upupa, il rigogolo, tornando ogni primavera segnalano la loro presenza con i tipici canti.

     In tutta l'area del parco si trovano numerosi corvi, come la cornacchia grigia, la gazza, la ghiandaia. Questi uccelli sono abili opportunisti e predano spesso uova e nidiacei di altre specie.

la civetta

Tra i rapaci diurni sono presenti la poiana, il gheppio, lo sparviere e l'albanella minore; tra quelli notturni la civetta, l'allocco, il barbagianni, il gufo comune e l'assiolo. Per quanto riguarda i galliformi, è comune il fagiano mentre pernicie e starna sono più rare.

il gheppio

 

  Tra gli anfibi sono presenti il rospo comune, il rospo smeraldino, la rana verde e la rana agile. Nei ruscelli e negli stagni possiamo trovare anche dei tritoni. 

 

I rettili sono più numerosi e si possono scorgere il ramarro, la lucertola muraiola, la lucertola campestre, l'orbettino, il velocissimo saettone, il comune biacco e il più raro colubro liscio. Vicino all'acqua e nelle zone umide possiamo osservare la natrice dal collare e la natrice tassellata. 

Non è poi da escludere la presenza della vipera comune.

Ringraziamo per la realizzazione di questa pagina il Dr. Paolo Gatti Dr. forestale e Architetto del paesaggio